Giovannantonio Macchiarola
Giovannantonio@aruba.it
Con
queste
parole
il
deputato
Felice
Cavallotti
iniziava,
nel
1895,
la
sua
"
Lettera
agli
onesti
di
tutti
i
partiti
",
pubblicata
nel
giugno
del
1895
sul
"Secolo"
di
Milano
(in
un
apposito
supplemento)
e
sul
"Don
Chisciotte"
di
Roma,
con
la
quale
denunciava
gli
episodi
di
corruzione
e
concussione
di
cui
era
accusato
il
primo
ministro
Francesco
Crispi;
denuncia
che
non
valse,
tuttavia,
ad
ottenerne
le
dimissioni
rimanendo
questi
ancora
al
potere
fino
al
5
marzo
1896,
quando
a
seguito
della
disfatta
di
Adua
del
1° marzo di quell'anno, venne sostituito dal governo Rudinì.
La
differenza
tra
la
denuncia
contenuta
in
questo
esemplare
documento
e
quella
dei
fatti
che
mi
accingo
a
rendere
pubblici
su
questo
sito
internet,
non
risiede
soltanto
nel
mezzo
usato
(visto
che
il
Cavallotti
poteva
contare
a
differenza
dello
scrivente
su
una
stampa
libera
e
non
timorosa
del
potere)
e
nel
diverso
spessore
delle
figure
coinvolte
ma,
principalmente,
nel
fatto
che
il
"disgusto"
proclamato
dal
Cavallotti
nasce
da
una
visione
politica
e
sociale
di
avvenimenti
di
cui
non
era
egli
stesso
personalmente
vittima
e
dalla
circostanza
di
essere
la
punta
di
diamante
di
una
sinistra
di
cui
egli
si
faceva
energico
e
incisivo
paladino.
Altra
differenza
sostanziale
è
data
dal
fatto
che
la
battaglia
del
Cavallotti
si
svolse
nell’arco
di
pochi
mesi
mentre
quanto
mi
accingo
a
testimoniare
abbraccia
un
periodo
di
-
ormai
–
quasi
quindici
anni
e
che,
da
come
funziona
la
giustizia
nel
civile
Stato
Italiano,
si
paventa
possa
durarne
altrettanti.
Al
disgusto
e
alla
"rivolta
dell'anima"
si
accompagna,
infatti,
in
questo
caso
la
pena
di
dovere
ripercorrere
gli
eventi
di
una
dolorosa
e
opprimente
odissea
che
mi
ha
visto
combattere,
pressoché
isolato,
una
battaglia
contro
soprusi,
scorrettezze
e
illegalità
perpetrate
dall’
Amministrazione
del
Comune
di
San
Severo
contro
un
proprio
ed
encomiato,
nonché
meritevole,
funzionario,
a
sfregio
della
sua
persona
e
dell’attività
svolta
quale
Responsabile
dell'Ufficio
Relazioni
con
il
pubblico del Comune di San Severo.
E'
opportuno
precisare
che
tale
battaglia
contro
l'
Amministrazione
del
Comune
di
San
Severo
e
contro
la
scandalosa
azione
criminale
di
cui
sono
stato
vittima
è
stata
portata
avanti
nel
silenzio
e
nella
acquiescenza
dei
dipendenti
e
delle
organizzazioni
sindacali
del
Comune
di
San
Severo,
nel
silenzio
quasi
totale
della
stampa
locale
e
nazionale
e
nella
indifferenza
delle
forze
dell'ordine
nonché
nella
omertà
della
Magistratura
a
cui
si
è
fatto
inutilmente
ricorso
con
la
puntuale
e
circostanziata
denuncia
di
illegalità
e
azioni
volte
a
conculcare
la
Costituzione,
la
legge
e
la
mia
persona
di
pubblico
dipendente
con
il
calpestamento di diritti peraltro costituzionalmente garantiti.
Ciò
può
servire
a
dimostrare
quanto
il
"potere",
nella
sua
accezione
più
negativa
e
deleteria,
sia
capace
di
perpetrare
in
una
realtà
meridionale
(che,
visto
che
alcuna
gloria
potrebbe
avere
dall’essere
definita
fascista
o
stalinista,
mi
limito
a
definire
borbonica
e
mafiosa)
confidando
sulla
impunità
delle
proprie
azioni
e
sui
collegamenti
e
le
connivenze
con
altri
poteri,
per
quanto
questi
ultimi
siano
preposti
a
controllarne
i
limiti
e
a
perseguirne penalmente le illegalità.
«Scrivo queste pagine con disgusto, con rivolta dell’anima: ma le scrivo colla
coscienza serena, dopoché per più giorni, tentando il possibile, resistendo a
provocazioni che avrebbero stancata la pazienza di un santo, ho sperato di
evitare a me stesso la fatica amara di doverle scrivere. »
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