Questa introduzione è stata revisionata in via definitiva con l’aggiornamento del 10 febbraio 2019. Queste pagine sono una rielaborazione solo grafica di contenuti già pubblicati nel 2004 e ripubblicati integralmente nel 2017
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Giovannantonio Macchiarola
Giovannantonio@aruba.it
Con queste parole il deputato Felice Cavallotti iniziava, nel 1895, la sua " Lettera agli onesti di tutti i partiti ", pubblicata nel giugno del 1895 sul "Secolo" di Milano (in un apposito supplemento) e sul "Don Chisciotte" di Roma, con la quale denunciava gli episodi di corruzione e concussione di cui era accusato il primo ministro Francesco Crispi; denuncia che non valse, tuttavia, ad ottenerne le dimissioni rimanendo questi ancora al potere fino al 5 marzo 1896, quando a seguito della disfatta di Adua del 1° marzo di quell'anno, venne sostituito dal governo Rudinì. La differenza tra la denuncia contenuta in questo esemplare documento e quella dei fatti che mi accingo a rendere pubblici su questo sito internet, non risiede soltanto nel mezzo usato (visto che il Cavallotti poteva contare a differenza dello scrivente su una stampa libera e non timorosa del potere) e nel diverso spessore delle figure coinvolte ma, principalmente, nel fatto che il "disgusto" proclamato dal Cavallotti nasce da una visione politica e sociale di avvenimenti di cui non era egli stesso personalmente vittima e dalla circostanza di essere la punta di diamante di una sinistra di cui egli si faceva energico e incisivo paladino. Altra differenza sostanziale è data dal fatto che la battaglia del Cavallotti si svolse nell’arco di pochi mesi mentre quanto mi accingo a testimoniare abbraccia un periodo di - ormai quasi quindici anni e che, da come funziona la giustizia nel civile Stato Italiano, si paventa possa durarne altrettanti. Al disgusto e alla "rivolta dell'anima" si accompagna, infatti, in questo caso la pena di dovere ripercorrere gli eventi di una dolorosa e opprimente odissea che mi ha visto combattere, pressoché isolato, una battaglia contro soprusi, scorrettezze e illegalità perpetrate dall’ Amministrazione del Comune di San Severo contro un proprio ed encomiato, nonché meritevole, funzionario, a sfregio della sua persona e dell’attività svolta quale Responsabile dell'Ufficio Relazioni con il pubblico del Comune di San Severo. E' opportuno precisare che tale battaglia contro l' Amministrazione del Comune di San Severo e contro la scandalosa azione criminale di cui sono stato vittima è stata portata avanti nel silenzio e nella acquiescenza dei dipendenti e delle organizzazioni sindacali del Comune di San Severo, nel silenzio quasi totale della stampa locale e nazionale e nella indifferenza delle forze dell'ordine nonché nella omertà della Magistratura a cui si è fatto inutilmente ricorso con la puntuale e circostanziata denuncia di illegalità e azioni volte a conculcare la Costituzione, la legge e la mia persona di pubblico dipendente con il calpestamento di diritti peraltro costituzionalmente garantiti. Ciò può servire a dimostrare quanto il "potere", nella sua accezione più negativa e deleteria, sia capace di perpetrare in una realtà meridionale (che, visto che alcuna gloria potrebbe avere dall’essere definita fascista o stalinista, mi limito a definire borbonica e mafiosa) confidando sulla impunità delle proprie azioni e sui collegamenti e le connivenze con altri poteri, per quanto questi ultimi siano preposti a controllarne i limiti e a perseguirne penalmente le illegalità.
«Scrivo queste pagine con disgusto, con rivolta dell’anima: ma le scrivo colla coscienza serena, dopoché per più giorni, tentando il possibile, resistendo a provocazioni che avrebbero stancata la pazienza di un santo, ho sperato di evitare a me stesso la fatica amara di doverle scrivere. »
INTRODUZIONE
NOTA:     Questa è  una mia esternazione, ripubblicata su questo sito il 9 dicembre 2010, suscitata dalla lettura della «Lettera agli onesti di tutti i partiti», scritta dal deputato Felice Cavallotti, di cui riporto integralmente l’incipit.     "Scrivo queste pagine con disgusto, con rivolta dell’anima: ma le scrivo colla coscienza serena, dopoché per più giorni, tentando il possibile, resistendo a provocazioni che avrebbero stancata la pazienza di un santo, ho sperato di evitare a me stesso la fatica amara di doverle scrivere. Tentativo di speranza di cui nessun merito avrei, se proseguissi un qualunque interesse mio o mi tentasse qualsiasi povera ambizione: perché sol chi vuol salire, naturalmente desidera trovar meno aspri i gradini. Ma, finito appena sia il compito, che verso il Paese m’imposi, so di poter dimostrare la mia ambizione sola qual era, e invoco l’ora di poter in altr’aria, fra ben altre memorie, rifarmi dell’aria respirata fin qui." La musica del sito